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Papa Leone XIV al termine del Concistoro: “Dio desidera la pace per ogni nazione e ogni popolo
Foto: Vatican Media / Sir
Dalla Chiesa Nazionale
Martina Pacini   
29 Giugno 2026
ore
13:07

Papa Leone XIV al termine del Concistoro: “Dio desidera la pace per ogni nazione e ogni popolo

Si è concluso con un forte appello alla pace, rivolto “ai nostri confratelli vescovi, alle Chiese affidate al nostro ministero e a tutti popoli della terra”, il secondo Concistoro straordinario convocato da Leone XIV. “Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo”, ha detto il Papa, insieme ai cardinali, dall’Aula Nuova del Sinodo: “Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola. Dio continua ad aprire nella storia cammini di riconciliazione e di pace. Abbiamo la responsabilità di percorrerli con coraggio e di aiutare il mondo a riconoscerli”.

“Questo Concistoro è stato un momento prezioso, ma non deve rimanere un appuntamento isolato”, l’appello per la comunità dei credenti: “In tutta la Chiesa desideriamo promuovere spazi nei quali il popolo di Dio possa ascoltarsi, pregare, discernere e camminare insieme”. “È questa l’anima del percorso di attuazione del Sinodo, e anche lo spirito di molte altre iniziative che il Signore ci chiederà di vivere”. Tra queste, il Pontefice ha annunciato un incontro, ad ottobre, con i capi delle Chiese orientali e i presidenti delle Conferenze episcopali “per valutare i passi fatti dopo Amoris Laetitia”, e al quale parteciperanno anche alcune famiglie: “Là dove la famiglia è sostenuta e accompagnata, cresce una scuola di relazioni, di solidarietà e di speranza; là dove è ferita o isolata, tutta la società ne porta le conseguenze”.

“Vi ringrazio per la libertà, la fraternità e il senso ecclesiale”, l’omaggio iniziale, dopo la vicinanza alla popolazione del Venezuela duramente colpita dal terremoto: “Vedere cardinali provenienti da Chiese, culture e situazioni così diverse ascoltarsi reciprocamente e cercare insieme ciò che meglio serve il Vangelo è stato per me motivo di consolazione, di speranza”.

È il Sinodo, per il Papa, la bussola per comprendere il senso del Concistoro: “La domanda della sinodalità non è anzitutto: ‘Chi ha il potere di decidere?’. È più profonda: “Come custodiamo insieme il dono che il Signore ha affidato alla sua Chiesa?”. “Quando questa domanda diventa il centro del nostro discernimento, anche le questioni dell’autorità, della corresponsabilità e delle decisioni trovano il loro giusto posto”, ha osservato, affidando ai presenti ancora una volta il cammino di attuazione del Sinodo, “per aiutare le nostre Chiese a crescere in uno stile sempre più evangelico”. Perché “la sinodalità non è un insieme di riunioni, né un metodo di lavoro”: “È uno stile spirituale. Nasce dall’incontro, cresce nell’ascolto e matura nel discernimento”.

“Molti di voi hanno raccontato le sofferenze provocate dalle guerre, dalle violenze, dalle povertà e dalle tante ingiustizie che segnano la vita dei popoli”, ha inoltre sottolineato il Leone: “Dietro questi drammi avete riconosciuto una sofferenza ancora più profonda: la solitudine, la crisi delle relazioni, la perdita della speranza, la difficoltà di riconoscersi reciprocamente come fratelli e sorelle. È uno sguardo che non distoglie gli occhi dalle ferite del mondo, ma ne cerca le radici, riconoscendo, spesso nascoste dentro di esse, una rinnovata domanda di senso, di autenticità, di spiritualità e di comunità. Molti cercano oggi speranza e relazioni vere”.

Ascoltare i giovani e le loro famiglie “con umiltà è una via attraverso la quale il Signore continua a convertire la Chiesa”, la tesi del Pontefice, che si è detto “colpito” dal modo in cui i cardinali hanno parlato dei giovani: la loro sofferenza, “che talvolta li conduce fino alla disperazione estrema di togliersi la vita, è una delle ferite più profonde del nostro tempo. La loro ricerca di autenticità, di relazioni vere e di senso ci ricorda che il Vangelo continua a incontrare le attese più profonde del cuore umano”. “È nel cuore, che si decide anche la pace”, ha ripetuto il Papa: “Prima di manifestarsi nella storia, la guerra nasce dentro di noi, quando il sospetto prende il posto della fiducia, la paura della speranza e l’altro viene percepito come una minaccia”.

Ma “da un cuore riconciliato possono nascere parole disarmate, relazioni nuove e una pace capace di raggiungere anche i popoli”. “La guerra non è soltanto un conflitto tra gli Stati”, la lezione della Magnifica Humanitas: “Nasce molto prima, da una cultura della potenza che attraversa il nostro modo di pensare, di vivere le relazioni, di esercitare il potere, di usare l’economia, la tecnologia e perfino la religione”. Di qui la necessità di “ricostruire una cultura della cooperazione e del dialogo, capace di dare nuova forza anche al multilateralismo”, anche grazie al contributo dei fedeli laici impegnati nella vita pubblica, che “hanno bisogno della vicinanza e del sostegno della comunità ecclesiale”, e del dialogo ecumenico e interreligioso, “che non attenua la nostra identità cristiana, ma la rende capace di servire insieme il bene comune e la pace”.

“Proseguire l’approfondimento del tema della legittima difesa alla luce delle profonde trasformazioni intervenute nella natura dei conflitti contemporanei”, la riflessione che “merita di essere ulteriormente sviluppata”. In un tempo in cui “diventa difficile perfino riconoscere ciò che è veramente bene per tutti”, la Chiesa “è chiamata a custodire luoghi di incontro, di ascolto e di dialogo nei quali possa maturare una rinnovata cultura del bene comune”, attraverso “un paziente lavoro educativo, che aiuti a riconoscere la dignità inviolabile di ogni persona e la responsabilità che ci lega gli uni agli altri”. In questo cammino, i “poveri non sono soltanto destinatari della nostra cura, ma protagonisti della speranza che Dio continua a suscitare nella storia”. “La Chiesa è chiamata a diventare sempre più ciò che proclama”, ha concluso il Papa: “È su questo fondamento che anche le necessarie riforme delle strutture, delle istituzioni, dei processi possono portare frutto”.

M. Michela Nicolais sir

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