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Intervista a mons. Domenico Beneventi, vescovo di San Marino-Montefeltro
Cultura
Martina Pacini   
18 Maggio 2026
ore
12:02

Intervista a mons. Domenico Beneventi, vescovo di San Marino-Montefeltro

In occasione della Giornata Mondiale per le Comunicazioni sociali

Mons. Domenico Beneventi, vescovo di San Marino-Montefeltro e delegato della Conferenza episcopale regionale per le Comunicazioni sociali, ha presieduto domenica scorsa la Messa, concelebrata con il Card. Matteo Zuppi, in Cattedrale a Bologna, davanti all’Immagine della Madonna di San Luca. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Mons. Beneventi, lei ha celebrato la Messa per la Madonna di San Luca nel giorno anche della Festa della mamma, e nell’omelia, fra l’altro, ha detto che «noi siamo invitati ad abitare lo sguardo di Dio e quello della Madonna per ribaltare la prospettiva».

È la Festa della mamma e la Madonna ci insegna ad apprendere dagli sguardi delle nostre mamme e a guardare oltre le etichette e le pretese che la società attribuisce sempre di più, specialmente ai giovani, per restituirli invece all’amore. È l’unico sguardo che fa crescere la speranza.

Lei ha poi rivolto una preghiera, in particolare anche per la pace nel mondo, per le violenze, per tutto il buio e la disperazione: ha detto di guardare con fiducia il nostro tempo, educando alla speranza. Come si «ritesse» questa educazione?

La fiducia è il criterio con cui dobbiamo guardare alla persona, all’umanità, appellandoci a quel buono che è in ciascuno e che, se coltivato, può veramente far germogliare fraternità, co-esistenze e soprattutto orizzonti di pace.

Un anno fa c’è stata l’elezione di Papa Leone XIV e ricordiamo il pontificato di Papa Francesco. La Chiesa cammina così anche noi. Quale passo stiamo compiendo?

Ci inseriamo in questo cammino, sotto lo sguardo di Lei che è nella lungimiranza. Quel suo «sì» ha veramente aperto al mondo la possibilità di essere nell’amore di Dio. Ricevendo questa testimonianza, siamo riconsegnati alle sfide della storia, alle quali vogliamo rispondere con un nostro «sì» ora e con lo sguardo fisso sempre e comunque nell’amore di Dio.

Pace vuol dire anche stare in prossimità, vicini a chi soffre in questo momento. Lei è stato recentemente anche in Terra Santa con un gruppo di giornalisti dell’Ucsi della nostra regione. Che cosa l’ha colpita di quell’esperienza?

Ci ha restituiti semplicemente a quello che è il giornalismo: ascolto delle voci, delle narrazioni, incontro con i volti, come dice appunto il Messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali. Vogliamo recuperare non solo l’informazione di ciò che accade, ma esserci e raccontare la prossimità, la vicinanza. E, soprattutto, perché quelle situazioni possano aiutarci a rileggere i nostri vissuti e a risparmiare scenari di guerra e di morte.

Lei oggi, fra le tante bellezze di Bologna, ha ricordato quella dei giovani. La loro presenza qui in città chiede qualcosa. Qual è la consegna?

Bologna è giovane perché è abitata da tanti giovani. Qui si incrociano da tutte le parti, dall’Italia, dal mondo, per coltivare un futuro, dei sogni, quella speranza che è affidata anche alle istituzioni formative di questa città. Ecco perché dicevo che il futuro dei giovani forse non è un’eredità, è piuttosto una pianta da coltivare, ascoltando i giovani e progettando con loro.

Lei è anche il delegato della Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna per le Comunicazioni sociali e ha ricordato la Giornata mondiale delle Comunicazioni domenica 17, con il messaggio del Papa, dal titolo «Custodire voci e volti umani».

Il Messaggio richiama soprattutto a questo, ad accogliere nel cuore ogni incontro, perché è in esso che facciamo esperienza dell’incontro con Cristo. Il richiamo del Papa mi sembra molto opportuno, ora che la comunicazione si affida sempre di più al «tam-tam» delle condivisioni digitali e non sa più invece condividere le storie.

Lei ha parlato della necessità di superare l’indifferenza: come può avvenire e come può aiutare in questo la comunicazione?

Pensiamo, ad esempio, ai social e a quante immagini vediamo al giorno: ci siamo abituati, purtroppo, e siamo diventati indifferenti perché la guerra, la violenza e l’ingiustizia sono a portata di mano tramite i nostri smartphone, ma noi siamo troppo lontani da quelle situazioni. Abbiamo perso la compassione, che può essere recuperata soltanto mettendo in pratica il comandamento che Gesù oggi ci invita a fare nostro: amare il prossimo. Il Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata delle Comunicazioni ci ricorda cosa significa ribaltare la prospettiva che ci ha resi indifferenti. Questo mondo, il nostro tempo ha bisogno di prossimità, di vicinanza. È necessario in modo particolare essere presenti nelle vite gli uni degli altri. La prossimità vuol dire anzitutto oltrepassare le «bolle» che creiamo quando ci ritiriamo nel nostro individualismo, nella frammentazione e nella tentazione di evadere dalla storia.

Lei ha parlato anche dell’importanza dello stile comunicativo…

Lo stile comunicativo di questo tempo purtroppo fa dei media non un’opportunità per costruire la prossimità, ma strumenti di informazione che si affidano alle logiche della rappresentazione pervasiva, non del vero ma di ciò che è interpretato soggettivamente, e ciò è pericoloso. Se questo genere di stile comunicativo ci espropria dall’incontro personale, ci espropria anche dal coltivare la fiducia. Per rinnovare il nostro modo di comunicare dobbiamo quindi assumere l’impegno educativo come ha fatto la Madonna e recuperare la fiducia nell’uomo. Dobbiamo appellarci a quel buono che è in ciascuno di noi e che abbiamo schiavizzato e incarcerato nelle etichette, che non vediamo più perché filtrato dall’opportunismo e, ancor di più, dalle nostre logiche consumistiche. La Madonna si appella al buono che è in ciascuno di noi.

I nostri media diocesani e l’Ufficio Comunicazione hanno fatto dei passi ed ora vi sono anche dei giovani in tirocinio universitario formativo nella nostra redazione. Nel numero di Bologna Sette di domenica 10 maggio alcuni di loro hanno raccontato l’esperienza vissuta. Cosa vuol dire puntare sui giovani nella comunicazione?

Nel suo Messaggio per la Giornata il Papa scrive: «Come cattolici possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo, affinché le persone – soprattutto i giovani – acquisiscano la capacità di pensiero critico e crescano nella libertà dello spirito». Come solitamente ci insegni tu, caro Alessandro, coltivare i giovani al giornalismo vuol dire fare con loro esperienza, come ci ricordava anche Papa Francesco, di «consumare le suole delle scarpe» per andare incontro all’umanità.

Alessandro Rondoni

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