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Intelligenza artificiale, Avvenire e Iusve lanciano “Ci sto!”
Cultura
Martina Pacini   
13 Maggio 2026
ore
12:43

Intelligenza artificiale, Avvenire e Iusve lanciano “Ci sto!”

"Avvenire" e l'Istituto universitario salesiano di Venezia (Iusve) lanciano "Ci sto! Umani per scelta nell'era dell'IA", coordinato dal giornalista Gigio Rancilio, in collaborazione con l'Ufficio comunicazioni sociali della Cei e Assicurazioni Generali

Gigio Rancilio, giornalista esperto di informazione digitale, presenta il progetto “Ci sto! Umani per scelta nell’era dell’IA”, percorso di formazione promosso da Avvenire e dall’Istituto universitario salesiano di Venezia (Iusve), in collaborazione con l’Ufficio per le comunicazioni sociali della Cei e con il supporto di Assicurazioni Generali.

Il titolo del progetto è “Umani per scelta nell’era dell’IA”. Perché “per scelta”? L’umano oggi non è più un dato scontato?
Sta a noi scegliere se vogliamo restare umani e capire cosa ci fa umani. Ce lo ha spiegato molto bene Papa Leone XIV nel messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Essere umani significa essere collaboratori per creare il Regno, avere rispetto per gli altri, tenere viva la relazione, cercare la verità oltre gli algoritmi e oltre le macchine.

Il messaggio del Papa invita a custodire voci e volti umani. Che cosa rischiamo di perdere quando l’informazione passa sempre più attraverso algoritmi, social e IA?
Rischiamo di perdere innanzitutto la responsabilità dei giornalisti. Il Papa ci dice che, per avere un’alleanza con l’intelligenza artificiale, dobbiamo lavorare su tre parole: responsabilità, collaborazione ed educazione. La responsabilità non è soltanto quella dei media, chiamati a dare l’informazione più giusta e onesta possibile, ma anche quella dei lettori, che devono sceglierla e andarsela a cercare. Non è più il tempo di essere passivi. Con questo progetto lanciamo l’idea di entrare con tutto il corpo dentro l’intelligenza artificiale, a schiena dritta e a testa alta.

Come è nata l’iniziativa?
Da un’esigenza che abbiamo avvertito tutti: aiutare le persone a informarsi meglio nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Persone significa famiglie, educatori, insegnanti, ragazzi e studenti. Sentivamo il bisogno di giocarcela in prima persona. I Salesiani hanno incontrato subito la disponibilità di “Avvenire”, che già stava facendo riflessioni in questa direzione.

Qual è la resistenza più difficile da superare quando si prova a educare al digitale?
I ragazzi, su tante cose, sono più avanti di noi nella capacità d’uso, ma manca loro la conoscenza di come funzionano gli strumenti. E quindi manca anche la consapevolezza degli aspetti etici di uno strumento così potente che, se non è governato bene, può fare grandi danni. I genitori, invece, si sentono spesso ignoranti rispetto a questi temi. Ma sbagliano, perché qui non è in gioco una questione tecnologica, ma una questione antropologica. Devono ricordarsi che sono esperti di educazione: sanno cos’è il bene per i loro figli. Non basta dire: “Mi serve perché è una scorciatoia”. Bisogna guardare più in alto e non dimenticarsi mai delle persone che abbiamo accanto e fanno più fatica.

Si può dire che il progetto provi a umanizzare la tecnica?
Non so se la tecnica si possa umanizzare. Anzi, uno dei rischi è proprio quello di raccontare l’intelligenza artificiale come se fosse umana. Le macchine non pensano e non hanno sentimenti. Perché le vediamo così? Per due ragioni. La prima è che, ogni volta che pensiamo al cervello, sentiamo il bisogno di dargli un corpo: spesso robotizziamo l’intelligenza artificiale, o la rappresentiamo come un cervello pieno di connessioni elettroniche. La seconda è l’antropomorfismo: tendiamo a considerare umano chi ci tratta bene, chi ci mostra empatia, e non importa se è finta. Le macchine cercano di farci credere di essere umane. Dobbiamo noi continuare a non dimenticarci di esserlo. La divisione è semplice: l’intelligenza artificiale buona è quella che ci supporta nelle nostre esigenze, quella cattiva è quella che tende a sostituirsi all’uomo.

Ogni tappa del percorso è collegata a una parte del corpo umano. Perché?
Volevamo dire alle persone che l’intelligenza artificiale non riguarda solo la testa, gli occhi o le orecchie. Riguarda davvero ogni parte del corpo, perché ognuna ha una funzione precisa. Con le mani si scrive, si disegna, si fotografa. Con le orecchie si ascolta. E poi ci servono soprattutto le due parti più importanti: il cuore e la mente. Ma non sono meno importanti i piedi. Visto che questo è un progetto di media literacy, i piedi richiamano l’importanza degli inviati, di chi va là dove accadono le cose. Potremmo lasciare tutto alle macchine e a contenuti falsi, che possono farci credere di essere veri. Resta invece fondamentale avere persone in carne e ossa, che rischiano e vanno sul posto per dare voce ai più deboli. È una voce che l’intelligenza artificiale tende spesso a spegnere.

Riccardo Benotti SIR

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