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Custodire i minori oggi: la sfida educativa nell’era digitale
Attualità
Martina Pacini   
6 Maggio 2026
ore
09:30

Custodire i minori oggi: la sfida educativa nell’era digitale

La tutela dei minori nell’era digitale richiede una responsabilità educativa condivisa. Accanto agli abusi tradizionali emergono cyberbullismo, sexting, deepfake e rischi legati all’intelligenza artificiale. La Chiesa italiana richiama la necessità di adulti formati, capaci di accompagnare i ragazzi online e offline, promuovendo rispetto, vigilanza e alleanze educative

La Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia, istituita con la legge 4 maggio 2009, n. 41, non è solo un momento di denuncia di uno dei crimini più odiosi che colpiscono l’infanzia. È, prima di tutto, un’occasione civile ed etica per interrogarci su come, oggi, stiamo realmente proteggendo i minori e, ancor più, su come stiamo promuovendo il loro benessere, ponendo le basi per le future generazioni adulte.

I dati provenienti da istituzioni ed enti di ricerca sono chiari: alle forme tradizionali di sfruttamento sessuale dei minori se ne affiancano oggi di nuove, profondamente segnate dalla trasformazione digitale. Il digitale non è più solo uno strumento, ma un ambiente vero e proprio, un habitat antropologico che incide sulle relazioni, sui percorsi educativi e sulla costruzione dell’identità personale.

Fenomeni come il cyberbullismo, il sexting, l’esposizione precoce a contenuti inappropriati e le vulnerabilità emergenti legate all’intelligenza artificiale mostrano come la fragilità possa manifestarsi anche senza prossimità fisica. Spesso, anzi, il rischio si annida proprio perché non vi è quella prossimità fisica educativa necessaria, per cui gli adolescenti trovano in chatbot confidenti, ignari che quella empatia e quel rispecchiamento nella conferma alle loro domande li espongono a rischi da cui un dialogo, fatto di differenti posizioni, potrebbe proteggerli.

In questo scenario si colloca l’esperienza della Chiesa italiana, che nelle proprie Linee guida sul safeguarding ha incluso fin da subito la custodia e il presidio dell’ambiente digitale tra le buone prassi di tutela dei minori e degli adulti vulnerabili. Non si tratta di una scelta settoriale, ma di una visione che riconosce come l’educazione digitale sia oggi parte integrante della responsabilità educativa globale.

La formazione a un uso digitale responsabile, negli ambienti ecclesiali, non riguarda esclusivamente operatori pastorali o figure specialistiche. Essa ha una portata sociale molto più ampia, perché ogni adulto è anche genitore, educatore, professionista, cittadino. Educare una comunità significa, dunque, promuovere una cultura del rispetto che attraversi tutti gli ambiti della vita.

Il rispetto in rete non è soltanto un dovere giuridico volto a prevenire reati: è un imperativo etico. Al centro vi è la tutela della persona, la cui vita e identità sono oggi inscindibilmente legate alla circolazione delle immagini, alla memoria digitale, alla permanenza dei contenuti online. È questione di impronte e di reputazioni, proprie e altrui. In questa prospettiva, informare non basta: occorre rendere gli adulti digitalmente educati, cioè consapevoli dei rischi e delle possibilità di protezione, capaci di accompagnare i minori con credibilità e competenza.

L’urgenza è confermata anche dai dati più recenti. Il dossier realizzato nel 2025 dall’Associazione Meter, in collaborazione con il Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, restituisce uno scenario che interpella profondamente la società adulta. Su un campione di 989 tra i 14 e i 17 anni, l’87,4% dichiara di aver visto o ricevuto deepfake compromettenti da persone conosciute. Abusi che, lungi dall’essere episodi isolati, si inseriscono in una continuità inquietante tra dinamiche online e offline. Non sorprende, allora, che il 42,3% dei ragazzi dichiari un malessere emotivo legato all’esposizione di deepnude.

In questo quadro, emerge con forza la centralità di una figura spesso evocata ma non sempre sostenuta: l’adulto di riferimento. Un adulto formato, presente, capace di ascolto e di dialogo aperto può fare la differenza. Non solo nel prevenire la vittimizzazione, ma anche nel contrastare il rischio che il minore, per inconsapevolezza o imitazione, diventi a sua volta autore di abusi digitali.

Le nuove forme di sfruttamento online non richiedono, in realtà, un paradigma di tutela del tutto nuovo. Richiedono piuttosto l’estensione coerente dei principi fondamentali che già guidano la protezione nella comunità reale: ascolto, formazione, responsabilità condivisa e vigilanza. Come ha ricordato Papa Leone, lo scorso novembre: “È un passo importante infatti stilare e far applicare codici etici, ma non sufficiente. È necessario un lavoro educativo, quotidiano e costante, condotto da adulti a loro volta formati e sostenuti da reti di alleanza educativa”.

La Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia, allora, non può esaurirsi in una ricorrenza simbolica. Deve diventare un richiamo permanente alla responsabilità collettiva e al dialogo educativo intergenerazionale, unitamente a urgenti e costanti potenziamenti normativi corrispondenti alle evoluzioni digitali.

Chiara Griffini

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