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L’IA bussa alla porta dell’informazione, ma gli italiani non aprono
Attualità, Cultura
Martina Pacini   
30 Aprile 2026
ore
09:15

L’IA bussa alla porta dell’informazione, ma gli italiani non aprono

Il 21° Rapporto Censis sulla comunicazione fotografa un Paese che, davanti all'ipotesi di un'informazione interamente generata dall'intelligenza artificiale, si tira indietro. Il 61,6% degli italiani non si sentirebbe a proprio agio

Il 61,6% degli italiani non si sente a proprio agio a informarsi attraverso un mezzo interamente generato dall’intelligenza artificiale. Lo certifica il 21° Rapporto Censis sulla comunicazione. Affiancato ai 129 giornalisti uccisi sul campo nel 2025, il dato cambia natura: diventa la spia di una domanda che il digitale non riesce a soddisfare e che riguarda il fondamento stesso della conoscenza condivisa.

L’informazione è nel mirino due volte – come bersaglio fisico nei conflitti e come imputata dall’opinione pubblica – e non sta vivendo soltanto una crisi di mezzi. Sta vivendo una crisi di mediazione. Quando il 59,5% della popolazione cerca di evitare i media più diffusi, quando il 64,6% verifica le notizie delle fonti alternative, quando 7 italiani su 10 includono i reel nell’universo dell’informazione, ciò che si incrina non è solo un modello editoriale. È il patto che lega chi racconta a chi ascolta. Senza quel patto, ogni mezzo, per quanto sofisticato, resta muto. E ogni innovazione, per quanto accurata, rischia di diventare una variante più rapida dello stesso smarrimento.

In questo scenario, l’IA generativa entra come una promessa e come una minaccia. Promette efficienza, velocità, personalizzazione. Minaccia di svuotare il gesto giornalistico della sua dimensione costitutiva: la presenza. Cronisti come Amal Mohammed Shamali, uccisa a Nuseirat mentre documentava i raid su Gaza, e Amal Khalil, colpita in Libano il 22 aprile mentre seguiva l’impatto degli attacchi sui civili, pagano con la vita la condizione minima del raccontare: esserci. Un algoritmo che genera notizie senza esserci propone un’informazione senza testimoni, dove la verità non è il frutto di uno sguardo ma il prodotto di una correlazione statistica. Non è un dettaglio: è la differenza tra il giornalismo come servizio e il giornalismo come simulazione.

Il dato Censis su chi accetterebbe l’IA solo a patto che i contenuti siano supervisionati da esseri umani – il 30,1% – conferma questa intuizione. Gli italiani non rifiutano la tecnologia, chiedono che resti uno strumento e non diventi un soggetto. Chiedono che dietro la notizia ci sia ancora qualcuno che possa essere chiamato a rispondere, contestato, smentito, eventualmente perdonato. La macchina non risponde, non sbaglia con responsabilità, non muore sul campo. E proprio per questo non può occupare interamente lo spazio dell’informazione, pena il collasso del rapporto fiduciario che la sostiene.

C’è un’eco evidente con quanto Leone XIV ha indicato come tema della prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: “Custodire voci e volti umani”. Non è una formula difensiva, ma il riconoscimento che l’informazione, prima ancora di essere un’industria o una tecnologia, è una forma di prossimità. Le voci e i volti non sono ornamenti del messaggio: ne sono la sostanza. Quando spariscono, resta un flusso di dati che può intrattenere, orientare, persino convincere, ma non può più dirsi conoscenza condivisa. È in questo passaggio che si misura il costo nascosto dell’automazione: non la perdita di posti di lavoro, ma la perdita di mediatori riconoscibili, di soggetti a cui potere ancora chiedere conto.

I nomi di Shamali e di Khalil, insieme ai 129 caduti nel 2025, ricordano che il giornalismo, quando è autentico, costa. L’IA non muore sul campo, ed è anche per questo che non potrà mai sostituire ciò che la fatica umana riesce ancora a garantire: la presenza di un testimone. Quel 61,6% di italiani diffidenti non sta votando contro il futuro: sta indicando un limite. E quel limite il giornalismo dovrebbe custodirlo prima ancora di chiederlo ai suoi lettori. Resta da capire se l’informazione saprà riconoscersi per ciò che è chiamata a essere: non un prodotto, ma una promessa.

Riccardo Benotti SIR

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