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Meta e Google: la condanna dei social non assolve le nostre responsabilità
Attualità
Martina Pacini   
30 Marzo 2026
ore
09:52

Meta e Google: la condanna dei social non assolve le nostre responsabilità

La condanna di Meta e Google per i danni causati ai minori riapre il tema della responsabilità nell’uso dei social. Le sentenze segnano un passaggio importante, ma non sufficiente

Non è più soltanto una questione di costume, ma di responsabilità. E la responsabilità, quando arriva in tribunale, smette di essere un’opinione. Meta e Google — quest’ultima attraverso YouTube — sono state riconosciute colpevoli di aver fatto ciò che per anni si è finto di non vedere: costruire strumenti capaci di trattenere, agganciare, fidelizzare. In una parola, creare dipendenza. Il prezzo, questa volta, non è astratto: tre milioni di dollari da versare a una ragazza oggi ventenne, trascinata dentro quel meccanismo fin dall’età di sei anni. La vicenda nasce da una storia che non ha nulla di eccezionale — ed è proprio questo il punto. Una bambina che cresce con uno schermo in mano. Un’abitudine che diventa necessità. Poi ansia, depressione, malattia. Lo “scorrimento infinito” non è un dettaglio tecnico, ma un invito a non uscire mai. Gli algoritmi non suggeriscono: insistono.

Le due aziende sono colpevoli di negligenza. Hanno gestito prodotti dannosi per minori e adolescenti senza avvertire davvero dei rischi. I tre milioni stabiliti non sono che il risarcimento morale. Il resto deve ancora venire, sotto forma di danni punitivi.

Per Meta, guidata da Mark Zuckerberg, è un colpo che si somma ad altri. Nelle stesse ore, un’altra giuria — nel New Mexico — ha riconosciuto la società responsabile di non aver protetto i minori dai predatori online e di aver raccontato una sicurezza che non c’era. Il conto, lì, sale a 375 milioni di dollari. Zuckerberg si è presentato in aula, ha chiesto scusa, ha ammesso che certi filtri — come quello sull’età minima — non hanno funzionato. Ma le scuse, in tribunale, valgono meno dei fatti. E i fatti raccontano un sistema che ha funzionato fin troppo bene, proprio dove avrebbe dovuto fallire. Le aziende respingono le accuse e preparano il ricorso. Vedremo, ma almeno sino a qui tutto bene? Giustizia è fatta? Forse no. Il copione certo è rassicurante: le piattaforme seducono, i ragazzi soccombono, i genitori si indignano e i giudici ristabiliscono l’ordine. Tuttavia se bastasse una sentenza a rimettere le cose a posto, vivremmo in un mondo già giusto e più buono.

C’è un dettaglio che si evita accuratamente di guardare: non siamo solo vittime. Siamo anche complici. Usiamo quei canali per esporci, per vendere, per convincere, per contare qualcosa. Li critichiamo, ma intanto li abitiamo.

E spesso con entusiasmo. Anche io. Non rischiamo di dare la colpa ai social e tornare, con una certa ansia, a controllare quanti hanno apprezzato la nostra ultima, indignata, requisitoria? Se trasformiamo queste sentenze in alibi, allora non serviranno a nulla. Perché l’educazione digitale non si delega. Non alla tecnologia, che per definizione non educa. Non alla legge, che pur utile nel dare delle linee, per definizione interviene a danno fatto. È una faccenda che riguarda la cultura, e la cultura riguarda tutti, un po’ come il sensus fidei. Il punto, allora, è forse più semplice ma più scomodo: che forma ha la nostra vita dentro questi ambienti? La verità, poco elegante ma solida, è questa: prima di preoccuparci dei ragazzi, dovremmo smettere di comportarci da ragazzi noi. Dare l’esempio non è un vezzo pedagogico, è l’unica leva che funziona davvero.

Torna, insistente, la domanda: Adamo dove sei?

Luca Peyron

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