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Gerusalemme. Le reazioni della Chiesa nel mondo dopo che al card. Pizzaballa è stato impedito di celebrare nella basilica del Santo Sepolcro
(Foto ANSA/SIR)
Attualità
Martina Pacini   
30 Marzo 2026
ore
09:47

Gerusalemme. Le reazioni della Chiesa nel mondo dopo che al card. Pizzaballa è stato impedito di celebrare nella basilica del Santo Sepolcro

Nella Domenica delle Palme – che apre la Settimana Santa – la Polizia israeliana ha impedito al card. Pizzaballa e a fra Ielpo l’ingresso al Santo Sepolcro. Un fatto che ha fatto registrare la dura reazione di diverse Conferenze episcopali in varie parti del mondo che hanno fatto appello alla pace

Una domenica delle Palme senza celebrazioni nella Città Santa. Ieri un fatto senza precedenti ha segnato la domenica che apre la Settimana Santa. La Polizia israeliana ha impedito al Patriarca latino di Gerusalemme, il card. Pierbattista Pizzaballa, e al Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, di entrare nella basilica del Santo Sepolcro, dove si stavano recando per celebrare la messa. Un fatto che continua a suscitare reazioni e prese di posizione da ogni parte del mondo cattolico e non solo. Dalla Polonia al Messico, dal Brasile all’Europa, vescovi e conferenze episcopali esprimono solidarietà al Patriarcato latino e alla Custodia, denunciando una ferita alla libertà religiosa e un gesto che colpisce milioni di fedeli.
A nome dei vescovi italiani il card. Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha voluto manifestare “lo sdegno per

‘una misura grave e irragionevole’,

condividendo quanto dichiarato nel comunicato congiunto del Patriarcato e della Custodia”. Il presidente della Cei ha definito l’episodio “doloroso per i tanti cristiani che, vivendo in quelle terre, rappresentano una testimonianza essenziale di speranza per tutti i popoli in contesti di divisione e conflitto” ed ha chiesto che “l’incidente sia chiarito immediatamente”. “Le autorità locali e le organizzazioni internazionali – ha poi aggiunto – hanno il dovere inderogabile di garantire la libertà religiosa in Terra Santa, condizione imprescindibile per qualsiasi processo di pace autentico” richiamando le parole di Leone XIV: “al Signore della pace affidiamo le sofferenze di quanti vivono il dramma dei conflitti e delle guerre. A tutti i governanti chiediamo un gesto di riconciliazione e una tregua per la prossima Pasqua”.

I vescovi messicani si uniscono all’appello “urgente per fermare la violenza, rigettare l’uso della religione come giustificazione del conflitto e riconoscere in ogni essere umano un fratello”. “Dalla nostra realtà in Messico, dove la Chiesa lavora attivamente per la costruzione della pace, il dialogo e la riconciliazione, questo avvenimento – si legge nella nota – ci interpella e ci spinge a

rinnovare il nostro impegno per una cultura dell’incontro. Crediamo fermamente che la pace non si costruisca dall’imposizione o dalla violenza, ma dal rispetto, dalla giustizia, dal dialogo e dalla fraternità”.

La Chiesa del Messico, attraverso una nota della presidenza della Conferenza episcopale (Cem) ha espresso “il suo profondo dolore e la sua unione con il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa” aggiungendo che quello avvenuto ieri “ferisce la libertà religiosa e la sensibilità di milioni di fedeli nel mondo, all’inizio della Settimana Santa”.

Di fatto “inedito” e “profondamente doloroso” parlano i vescovi del Brasile: “Tale misura, oltre a essere sproporzionata, ferisce principi fondamentali come la libertà religiosa, il rispetto dei Luoghi santi e la tradizione secolare dello Status quo, così necessaria per la convivenza pacifica a Gerusalemme. In un tempo particolarmente sensibile per i cristiani di tutto il mondo, questo avvenimento colpisce non solo la comunità locale, ma anche milioni di fedeli che, in questa Settimana Santa, volgono il loro sguardo e la loro preghiera alla Terra Santa”. I presuli si uniscono in preghiera al patriarcato latino di Gerusalemme, alla Custodia di Terra Santa e a tutti i cristiani della regione, “chiedendo al Signore della pace di rafforzare i cuori davanti alle avversità e di illuminare le autorità, affinché

siano rispettati i diritti fondamentali di culto e di libera espressione della fede.

Che Gerusalemme, città santa per ebrei, cristiani e musulmani, sia sempre più segno di riconciliazione, giustizia e pace”.

“Solidarietà” al card. Pizzaballa e a fra Ielpo è arrivata, tra i tanti, anche dall’arcivescovo di Cracovia, il card. Grzegorz Rys, che è anche presidente del Comitato per il dialogo con l’ebraismo dell’episcopato polacco. Il card. Rys ha sottolineato che le sue parole vanno intese “in nome e non contro il dialogo di cristiani ed ebrei”. Dal 1997 la Chiesa polacca, il 17 gennaio, alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, celebra la Giornata di dialogo con l’ebraismo che “non va definito come dialogo interreligioso” poiché, citando Giovanni Paolo II, i cristiani chiamano gli ebrei “i loro fratelli maggiori nella fede” oppure, come Benedetto XVI parlano “dei nostri padri nella fede”.

E in un messaggio per la Pasqua mons. Mariano Crociata, presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece) dice che i presuli hanno seguito “con apprensione e allarme l’apertura di nuovi fronti di guerra, dopo quello ucraino, in Medio Oriente, senza dimenticare i molti altri conflitti in corso sparsi per il globo intero”. “L’imminenza della Pasqua cristiana – scrive mons. Crociata – sollecita i credenti e le persone di buona volontà a incoraggiare tutti gli sforzi volti a fermare le violenze, a chiedere tregue, a far giungere aiuti umanitari”: “il mistero di Gesù risorto ci ricorda che la pace è un dono che scaturisce dalla vittoria della speranza e della vita sulla sofferenza e sulla morte. Come cristiani e come cittadini europei siamo chiamati ad accoglierlo e coltivarlo con l’impegno di proteggere la dignità di ogni persona, promuovere la giustizia e operare nel rispetto del diritto internazionale”.

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