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Giorno della Memoria: posate due nuove “Pietre d’Inciampo” a Fidenza
Fidenza, Territorio
Martina Pacini   
2 Febbraio 2026
ore
11:19

Giorno della Memoria: posate due nuove “Pietre d’Inciampo” a Fidenza

Due nuove Pietre d’inciampo sono state posate in piazza Garibaldi davanti al palazzo municipale di Fidenza. Sono dedicate alla memoria di due Internati Militari Italiani: Ettore Ponzi e Catullo Testi, entrambi deportati dai tedeschi dopo lo sbandamento dell’Esercito Italiano seguito all’armistizio del 1943.

Alla cerimonia hanno partecipato il Vicesindaco e Assessore alla Cultura Maria Pia Bariggi, il delegato del Vescovo di Fidenza don Mario Fontanelli, il Direttore dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Parma Domenico Vitale con il consigliere Tullio Carnerini, il Vicepresidente di Isrec Piacenza Augusto Bottioni, il Presidente dell’Associazione Reduci Ambrogio Ponzi, la Presidente del Consiglio comunale Rita Sartori, il consigliere delegato Nicholas Jeffrey Bernardi. Alla cerimonia hanno assistito i piccoli alunni della classe V, sezione A, della Direzione Didattica “Ilaria Alpi” plesso “De Amicis”.

“È bellissimo che voi siate qui – ha detto la Vicesindaca Bariggi rivolgendosi ai bambini – perché potete essere testimoni di un momento molto significativo nella vita della nostra comunità. Le pietre d’inciampo costituiscono un emblema di quanto è accaduto a livello nazionale e nella nostra città nella seconda metà del secolo scorso. Molti fidentini subirono le conseguenze del regime fascista e dell’occupazione nazista, venendo perseguitati e internati. Oggi li ricordiamo”.

Particolarmente preziose le testimonianze di Catullo Testi, nipote del deportato, e di Ambrogio Ponzi e Cristina Genesi, rispettivamente figlio e nipote di Ettore.

Come noto una pietra d’inciampo, in tedesco Stolperstein, è una piccola targa di ottone che ha la dimensione di un sampietrino e viene collocata nel terreno davanti alla porta di casa della persona deportata. Su di essa sono incisi il nome della vittima, la sua data di nascita, il luogo di deportazione e, se conosciuta, la data di morte.

Nel Comune di Fidenza la prima deposizione è avvenuta il giorno 11 gennaio 2020 e, al momento, sono state posate sei pietre d’inciampo. Sono dedicate a Gino Camorali (oppositore politico), in via Malpeli 70, ai fratelli Renzo e Nando Pincolini (partigiani), a Gualtiero Rebecchi (partigiano), Paride Morelli (militare deportato), Gino Zanellati (miliatare deportato). A parte una, le pietre sono state collocate nel selciato di fronte al Municipio per l’impossibilità di rintracciare le abitazioni originarie a causa delle distruzioni dovute ai bombardamenti alleati o alla scomparsa della documentazione necessaria.

“Ringrazio l’Istituto Storico della Resistenza che ha voluto ricordare il sacrificio di due militari fidentini con la posa di nuove pietre d’inciampo – ha detto il Sindaco Malvisi -. La memoria di quanto accaduto in quegli anni orribili alle minoranze, agli oppositori politici, ai tantissimi italiani che vestivano una divisa deve essere coltivata perché è l’unico antidoto all’odio, alla violenza e alla sopraffazione”.

Catullo Testi, figlio di Mosè, nacque a Fidenza il 18/08/1920. Fu chiamato al servizio militare quale soldato del 3° Reggimento Artiglieria. Dopo l’otto settembre fu catturato dai Tedeschi e trattato come internato militare, quindi rinchiuso in un campo di lavoro forzato. Venne assassinato per impiccagione il 28/03/1945, nell’ambito di quello che è noto come “L’eccidio di Hildesheim”, località nei pressi di Hannover. Dopo i bombardamenti alleati delle città della Bassa Sassonia, gli IMI italiani furono utilizzati per sgombrare le macerie in un magazzino alimentare. Il formaggio o la margarina in scatola che si trovava all’interno dell’edificio fu danneggiato dall’incendio e sostanzialmente reso immangiabile, tanto che i guardiani permisero a popolazione e prigionieri di prendere alcune scatolette. La remota speranza era quella di recuperare qualcosa di commestibile. Al rientro nelle baracche, i militari italiani furono perquisiti dalle SS. Coloro che vennero trovati in possesso delle scatolette, furono accusati di sciacallaggio. A nulla servirono le giustificazioni dei militari e le testimonianze di parte della popolazione. Furono condannati a morte: alcuni vennero fucilati, ma la maggior parte furono impiccati. Lo storico Loreto Di Nucci ricostruì il massacro di circa 130 internati italiani. La procedura fu inumana, raccapricciante e sadica, svolta davanti a una piccola folla plaudente, nella piazza del mercato: «Gli ultimi cadaveri vennero lasciati penzolare dalla forca con un cartello su cui era scritto “Chi saccheggia muore”». I militari così assassinati furono sepolti in fosse comuni, senza alcuna indicazione. Quindici giorni dopo arrivarono i liberatori.

Ettore Ponzi nacque a Fidenza il 26 ottobre 1908 da una famiglia con scarse risorse economiche. Fu quindi costretto a lavorare, ma coltivò tenacemente la sua attitudine al disegno. Rientrato a Fidenza dopo il servizio militare, vinse una borsa di studio che gli permise di acquisire una vera e propria educazione artistica presso l’Istituto d’Arte Toschi di Parma. Quando cominciava a riscuotere un certo successo come artista, fu richiamato alle armi e inquadrato nella divisione Arezzo, col grado di tenente. Fu dislocato in Albania e partecipò a numerosi scontri. L’8 settembre Ponzi si trovò a Berati. Unitamente a un discreto contingente di militari, abbandonò il presidio e raggiunse le cosiddette “Truppe di Montagna”, al comando del generale Arnaldo Azzi. Tale gruppo si schierò accanto alla Resistenza locale nella zona di Elbasan. Fu testimone dell’eccidio dei Carabinieri della cosiddetta Colonna Gamucci da parte dei collaborazionisti dei nazisti e lui stesso si salvò per miracolo. Il 31 dicembre 1943, febbricitante, fu catturato dai tedeschi e trasferito a Semlin (Belgrado). Per questa attività gli fu riconosciuto il titolo di Partigiano combattente all’estero. Dal gennaio al luglio 1944 fu internato in un campo di prigionia a Vienna e poi fu trasferito a Wietzendorf. Dopo un viaggio di quattro giorni in treno, giunse nell’Oflag 83, in pessime condizioni di salute. Non smise mai di disegnare, utilizzando colori, attrezzi e supporti di ogni tipo e di recupero. Immortalò compagni di sventura (tra cui i fidentini Bruno Ramenzoni, Dante Rainieri, Angelo Macchiavelli), le strutture del campo, sé stesso. In occasione della Pasqua 1945 venne organizzata una mostra di pittura nel lager. L’attestato di partecipazione fu probabilmente uno dei documenti che tenne in maggiore considerazione. Nel Natale 1944 insieme ad altri internati realizzò un presepe con materiali di recupero. Questo presepe è oggi custodito nella Basilica di S. Ambrogio a Milano. Il 16 aprile 1945, il prigioniero n. 152768, Ettore Ponzi, fu liberato e il comandante italiano del campo, il famoso colonnello Pietro Testa, certificò la fedeltà alla Patria e il rifiuto a collaborare con la Germania nazista e la RSI. Raccontò le sue vicissitudini anche attraverso un diario e alcuni appunti in un taccuino. Poté rientrare in Italia solo nell’agosto 1945. Da Fidenza distrutta dai bombardamenti raggiunse Vigoleno ove era sfollata la famiglia. I Ponzi, per un paio di anni, abitarono nei pressi del Duomo, in una casa semidiroccata. La visione delle rovine stimolò Ettore a documentare quei tragici momenti attraverso le sue opere. Nel dopoguerra insegnò disegno e storia dell’arte alle scuole medie di Fidenza e Salsomaggiore. Appena possibile si ritirava nel silenzio della campagna. Schivo e riservato, geniale e fantasioso, dimostrava il suo affetto attraverso i ritratti e la pittura. Nel 1983 fu insignito del titolo di Commendatore dell’Ordine Pontificio di San Gregorio Magno. Morì a 84 anni, per malattia, il 31/01/1992. Il Comune di Fidenza gli dedicò una piazza.

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