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Intervista al Sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini
Attualità, Cultura
Martina Pacini   
29 Gennaio 2026
ore
10:00

Intervista al Sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini

Di Chiara Genisio, vicepresidente vicario FISC, e Stefano Stimamiglio, direttore di Famiglia Cristiana

Informazione, democrazia e sfida digitale. In un tempo in cui fake news, intelligenza artificiale e crisi economica mettono sotto pressione il sistema dei media, il Governo rivendica una linea di sostegno all’informazione professionale e al pluralismo. Con il Sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini abbiamo affrontato i nodi centrali: il valore del giornalismo come argine alla disinformazione, il futuro dei contributi pubblici, l’impatto dell’IA e il legame profondo tra informazione di qualità e partecipazione democratica.  Il ruolo che può e deve svolgere l’Unione Europea.

Alberto Barachini

Sottosegretario, lei ripete spesso che bisogna sostenere l’informazione professionale. La definisca.

Viviamo una fase di grande confusione informativa: il cittadino è immerso in una “nube” di contenuti in cui diventa sempre più difficile distinguere ciò che è verificato da ciò che non lo è. Il giornalismo professionale, con la verifica delle fonti e la responsabilità personale del giornalista, è il principale argine a fake news e deepfake. Sostenere l’informazione significa quindi difendere questo presidio.

Qual è il rischio se ciò non accade?

Il consumo della fiducia. L’informazione falsa o non verificata mina la credibilità complessiva del sistema e allontana i cittadini dall’informazione professionale. Se perdiamo la fiducia, perdiamo anche l’interesse e, alla lunga, la partecipazione democratica.

Quali strumenti avete messo in campo per contrastare questa situazione?

Abbiamo introdotto criteri di sostegno che valorizzano il lavoro giornalistico, come il cosiddetto “valore giornalista”: più giornalisti significa più informazione professionale. Inoltre, abbiamo avviato una Commissione sull’impatto dell’intelligenza artificiale nel settore informativo, per comprenderne rischi e opportunità.

L’intelligenza artificiale sta già cambiando il modo di informarsi?

Sì. Oggi molti cittadini si fermano alle sintesi generate dall’IA senza andare alle fonti. Non dimentichiamo mai che l’informazione è un bene costoso da produrre, mentre la disinformazione costa pochissimo.

È quindi una questione culturale?

Assolutamente. Difendere un sistema informativo pluralista significa anche difendere la capacità di un Paese di raccontare sé stesso. Senza un’informazione radicata nei territori, rischiamo che la narrazione dell’Italia venga affidata ad altri.

Un giornale di qualità deve essere disponibile per il lettore, come contrastate la chiusura delle edicole?

Abbiamo sostenuto la distribuzione, soprattutto nelle aree remote, e aiutato a mantenere aperti punti vendita fondamentali per le comunità. E’ molto complesso incidere sul calo delle vendite, ma possiamo rallentare le chiusure e garantire un presidio sul territorio. Le edicole non sono solo luoghi di vendita, ma presìdi civili, soprattutto per le fasce più anziane della popolazione.

Il valore dell’informazione locale resta quindi centrale?

L’informazione locale è il primo contatto tra il cittadino e la notizia, è quella che costruisce gli anticorpi contro la disinformazione. Racconta le comunità, dà un volto al giornalismo e rende riconoscibile chi informa. Senza questo tessuto connettivo perdiamo non solo informazione, ma identità culturale.

Il digitale può sostituire la carta?

No, almeno non completamente. I lettori più fedeli sono over 55 e spesso preferiscono la carta. Inoltre il mercato editoriale digitale, da solo, non riesce a sostenere il settore. La carta resta centrale nel dibattito pubblico.

Che futuro vede per i contributi diretti all’editoria?

Li consideriamo uno strumento essenziale per il pluralismo. Stiamo lavorando a un aggiornamento del regolamento che premi il lavoro giornalistico e la presenza sul territorio, mantenendo i livelli di sostegno e valorizzando le realtà più attive e radicate.

In questa partita che ruolo può giocare l’Europa?

Un ruolo decisivo. In Europa sta crescendo la consapevolezza che senza un intervento pubblico l’informazione di qualità rischia di non reggere l’impatto dei grandi player digitali. Servono regole comuni e forme di contribuzione da parte delle piattaforme che redistribuiscano il valore prodotto dai contenuti giornalistici. Io credo anche che l’Europa dovrebbe pensare a un vero e proprio PNRR per l’editoria e per l’informazione, un fondo europeo dedicato a sostenere il pluralismo, l’innovazione e l’occupazione nei singoli Paesi. L’obiettivo è passare dalla logica delle sanzioni a quella degli accordi strutturali.

Qual è il rapporto tra informazione e democrazia?

Strettissimo. Dove cala l’informazione di qualità, cala anche la partecipazione democratica. Un cittadino informato è un cittadino che partecipa.

Come coinvolgere le nuove generazioni in questo percorso?

La scuola è un passaggio fondamentale. Abbiamo messo a disposizione risorse perché gli istituti possano abbonarsi a quotidiani e periodici, ma queste misure sono ancora poco utilizzate. Quando però l’informazione viene raccontata ai ragazzi con passione, l’interesse è altissimo. Informare significa anche formare cittadini consapevoli.

Un’ultima domanda: cosa risponde alle cassandre che discettano sulla fine della carta stampata?

Lo sento dire da trent’anni. Eppure, libri e giornali continuano a essere letti. La carta resta uno strumento di profondità e attenzione. Finché ci saranno cittadini che vorranno capire, la carta avrà un futuro.

Chiara Genisio, vicepresidente vicario Fisc

Stefano Stimamiglio, direttore Famiglia Cristiana

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