La Cantata a cinque voci per la notte di Natale di Nostro Signore di Alessandro Scarlatti: un dialogo tra Abramo e i Profeti
La scelta della riflessione musicale per l’Avvento di quest’anno è ispirata dalla Lettera Pastorale del Vescovo Ovidio «Fossero tutti profeti!». Nella sua Lettera il Vescovo, prendendo come riferimento la frase di Mosè (Nm 11, 26-29) che formula il titolo della Lettera stessa, ci indica il cammino da percorrere per raggiungere la condizione profetica accessibile a ciascuno di noi: essere discepoli obbedienti del Signore e testimoniarlo con la nostra vita.
Per questo ci sembra particolarmente appropriato proporre un capolavoro di Alessandro Scarlatti, la Cantata a cinque voci per la notte di Natale di Nostro Signore, che il compositore palermitano scrisse su commissione di Papa Clemente XI per essere eseguita durante la notte di Natale del 1705 nel Palazzo Apostolico. Il testo letterario messo in musica è opera di Silvio Stampiglia, apprezzato a livello europeo come autore di libretti d’opera. Il poeta scelse un approccio molto originale per la celebrazione della nascita di Gesù perché protagonisti della sua cantata sono i profeti Daniele, Ezechiele, Isaia e Geremia che dialogano con il padre di tutti i credenti Abramo.
Per quanto attiene alla musica, il genere della cantata si era sviluppato lungo tutto il Seicento e nella sua veste definitiva fu il risultato della combinazione di “stile recitativo” e “stile arioso” incentrato sulla melodia. In ambito sacro la cantata consentiva l’approccio spirituale e non strettamente liturgico della musica. Alessandro Scarlatti, grande compositore che nel suo periodo dominò il melodramma e appunto la cantata da camera, lasciò una traccia profonda anche nella musica sacra e spirituale. Egli concentra tutta la propria abilità sull’aria, quasi sempre realizzata nella forma col “da capo”, ossia composta da tre sezioni o strofe dove la prima e la seconda differiscono dal punto di vista melodico, mentre la terza sezione è identica alla prima. In questo è autore insuperabile: la sua invenzione melodica fu così stupefacente da fornire grandi esempi anche a Händel e Bach.
Nella Cantata a cinque voci per la notte di Natale la parte vocale è affidata al soprano nel ruolo del profeta Ezechiele, al contralto per Geremia, al tenore per Isaia, al basso per Abramo e ancora a un soprano per Daniele. La parte strumentale è eseguita da 2 oboi, 2 violini, viola e basso continuo. L’opera si snoda secondo una catena di recitativi cadenzati da 12 arie, 2 brani connotati come “largo” e “adagio”, un duetto e un insieme (“tutti”) conclusivo. La melodia è estremamente brillante ed eterogenea grazie alla capacità del compositore di dare a ciascun brano un carattere individuale, servendosi di figurazioni ritmiche e melodiche sempre diverse.
Nella struttura letteraria di Stampiglia le anime dei Profeti e del Patriarca, confinate nel limbo dove attendono la venuta del Messia, annunciano gioiose la nascita di Gesù, l’evento che pone fine al loro esilio. Solo Geremia, nella sua condizione di profeta del dolore, inizialmente non gioisce perché, nonostante il momento di gaudio generale, preannuncia la futura passione e morte di Cristo. Ma poi, alla vista del Bambino, si unisce alla gioia degli altri inneggiando a Gesù, portatore di pace al mondo. Con questa narrazione il poeta conferma una particolare conoscenza e sensibilità religiosa, che Scarlatti modella attraverso il suo ordito compositivo trasformandolo in rappresentazione biblica.
La Cantata si apre con l’invito che il profeta Daniele rivolge ad Abramo affinché sia lui stesso, come patriarca del Popolo di Dio, a confermare la grande gioia dell’Avvento del Signore. Allora Abramo inizia il dialogo con i quattro Profeti Maggiori sollecitandoli a esprimere, ognuno secondo il proprio spirito profetico, la lode per la Natività. Nelle arie intonate da Ezechiele e Daniele (ai quali è affidato anche l’unico duetto) la nascita del Signore è una visione trascendente in un quadro extratemporale, che diviene teologia di fede e di grazia. Scarlatti proietta le immagini dei due profeti attraverso una linea melodica descrittiva, utilizzando spesso un andamento melismatico evocativo. Con Isaia, il quale richiama alla prospettiva di salvezza che la venuta di Gesù implica, il compositore adotta uno schema musicale più compatto e didascalico nella raffigurazione della salvezza certa. Invece nell’esposizione di Geremia Scarlatti raffigura il profeta che, lungo tutto il percorso musicale della cantata, proietta un dialogo interiore disseminato di grida di dolore nel profetare la passione di Gesù, proprio colui che è nato per la salvezza di tutti. Nel contesto dell’opera Geremia si esprime con tre brani: il largo, l’adagio e un’aria. Nei primi due brani il tempo lento e una linea melodica senza soluzione di continuità sottolineano la gravità della profezia di passione e morte di Cristo, e della distruzione di Gerusalemme. Tuttavia, dopo il costante confronto con la gioia espressa dagli altri protagonisti, il suo acuto dolore si trasfigura in consolazione per la forza d’amore che Gesù manifesta con la sua venuta in mezzo a noi: l’aria ultima che Geremia intona è un intenso richiamo dell’anima aperta al contatto col divino. Il tempo lento di questa melodia non procede inesorabile, ma è uno snodarsi graduale come riflesso di grazia che penetra dolcemente nell’intimo.
Il “Tutti” conclusivo dell’opera concentra in sé l’inno di lode, gloria e pace che il Signore con la Sua venuta fa nascere nel cuore di ciascuno: la natività di Gesù è la natività di un cuore nuovo per ogni uomo che lo accolga. Scarlatti esprime questi contenuti in modo inaspettato e straordinario: musicalmente l’inno finale è una rivisitazione dei canoni polifonici di Palestrina come omaggio al maestro della polifonia liturgica rinascimentale, a codificare il legame profondo tra la storia della melodia cantata e la Parola.
Paola Mecarelli
Per l’ascolto dell’opera: Scarlatti – Cinque Profeti (Christmas Cantata) su Youtube.